Archivi tag: una raffica di emozioni

Sfrush

Il miracolo di un "anch'io" appena sussurrato mi sorprende mentre l'abbraccio con tutta la forza di cui è capace un trentaduenne e mezzo che non fa sport dal 1989 e che per giunta ha scoperto da qualche mese la gioia della consunzione causa sigarette. Con poche parole e in un lasso di tempo straordinariamente breve, è riuscita in un'impresa memorabile: insinuarmi il dubbio che la sofferenza sia inutile, che il cruccio non paghi, che non dormire la notte faccia solo venire sonno, che la nobilità del dolore sia la rassicurante invenzione di chi non ha alcun titolo. Che Catullo, in fin dei conti, non sia nient'altro che il re dei mistificatori.
Asseconda il mio monumentale egocentrismo con lucida perizia, le affido le mie debolezze nella certezza che non andranno sprecate. Prova il gusto di farmi sentire una persone migliore, che è quello che credo di essere, dà finalmente un senso ai miei gesti. Prendo atto che essere desiderati non è una concessione, ma un piacere reciproco. Mi riprometto di non svolgere le consuete e accurate indagini sui suoi misteri, almeno per ora. Mi basta che lei ci sia e che io sia per lei.
"Be', allora, mi parli della ragazza di cui sei innamorato?", mi chiede all'improvviso, mentre fuma seduta sul letto blu, guardandomi dall'alto in basso. Incomincio a raccontarle tutto dall'inizio, prima che lei si stenda accanto a me e m'interrompa a metà strada con tredici baci.

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Fino all’ultimo respiro

Voglio diventare l'uomo più importante della vita che hai vissuto finora, che faccia impallidire il ricordo di quelli che già sono stati, che venga prima di quelli che inevitabilmente saranno. Voglio entrarti nella testa e nello stomaco e diventare un pensiero fisso, che la tua agguerritissima contraerea non riesca ad abbattere, poi insinuarmi tra le maglie delle tue paure e disinnescarle una a una. Voglio demolire le fondamenta di quel muro che ricostruisci con testarda perseveranza ogni volta che provo a sfiorarti e che sento ogni volta più fragile. Voglio essere un punto di domanda e dettarti la risposta giusta, l'eccezione che cambia la regola. Voglio convincerti che con me sei ancora più bella, che la mediocrità non è rassicurante, che la serenità è la virtù degli incapaci. Sì, voglio farti cedere e voglio che la resa non sia una sconfitta, ma la più grande delle tue vittorie. E voglio riuscirci senza estrarre l'unica arma di cui dispongo per farti tremare, l'assenza, perché tra te e me non esistono sottrazioni, ma solo addizioni.
Non uccidermi proprio ora e ricordati che sai respirare.

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Io ti salverò

La parola chiave dell'estate 2010 è controllo. Quello che prima ho perso per una ragazza inesistente (in senso ontico) di cui volevo scoprire l'ineffabile mistero quando il mistero proprio non c'era. Poi quello che non sono riuscito a mantenere fino in fondo con una ragazza di cui per almeno quattro mesi ho finto con discreto successo di non essere più innamorato. Nel frattempo, quello che ho inopinatamente mantenuto, perfino in uno stato di semi-incoscienza causato da un mix letale di sostanze psicotrope (come lei stessa non ha mancato di puntualizzare), con una ragazza che l'italiano medio, in particolare quello residente a sud del Volturno, definirebbe, con una formula piuttosto eloquente, un femminone esagerato.
Il problema è che io sono un romantico, anzi, l'ultimo dei romantici, quello che una persona – sì, vabbe', una ragazza, ma tanto le mie questioni di lavoro a chi interessano? – a cui devo eterna gratitudine ha giudicato "inspiegabilmente puro per essere cresciuto in una città come Napoli" (e no, non voleva dire fesso). Come una specie di Indiana Jones del sentimento amoroso, scavo nel cuore delle donne per portare alla luce quella pietra preziosa che loro stesse non sanno di avere nascosta negli oscuri meandri del sistema cardiocircolatorio. Solo che il più delle volte quella pietra davvero non c'è. Oppure la scopre prima qualcun altro, esplorando la superficie del fiume con un banale setaccio, come i cercatori d'oro del Klondike.
Indiana Jones vs Zio Paperone: chi vincerà?

Ed è per questo che questa settimana invece di cantare una canzone che dice amore mio, ritorna, non tornare, ti amo, non ti amo più, vi canto una canzone che molto più semplicemente si chiama Tara tara ta ta tarara ta ta.


Sì, hai ragione, mi piacciono i nasi "un po' così".

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La dissimulazione dell’imbarazzo

Di tutte le cose assurde, e ce ne sono proprio tante, la più assurda di tutte è il casuale incontro campestre, alle pendici del monte, inclusi il salto del fosso alla cieca e l'attraversamento sportivo della palude.
Ma almeno adesso non sei più un fantasma.
Peraltro quando eri un fantasma ti immaginavo più basso. Un po' come Slimer dei Ghostbusters.
A parte l'altezza, tutto come previsto.
I pensieri che restano li penserò meglio domani.

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La prima volta

What sort of day was it? A day like all days, filled with those events that alter and illuminate our times. And you were there.

Era l’inizio dell’estate 2004 e non l’avevo mai fatto. Soltanto tentativi da dilettante, tragicomiche esperienze via telefono e goffe simulazioni di un’arte, mi piace ancora chiamarla così, che si impara soltanto con la pratica. Lei era più grande di me, molto più grande di me, e disperata al punto di accontentarsi del primo che fosse passato di lì. Né la persona né il luogo giusto per un momento atteso così a lungo, ma sentivo che il tempo dei rinvii era davvero finito.
Feci quello che tutti si attendevano che io facessi.

L’aspirante suicida era una nevrotica quarantacinquenne che gestiva un negozio di scarpe dozzinali in una strada secondaria nei dintorni della stazione. Nell’ultimo mese aveva venduto soltanto cinque paia di moppine De Fonseca ad altrettante badanti ucraine senza permesso di soggiorno. Il suo era un giro d’affari non certo dei più solidi, reso ancora più zoppicante dall’entrata in vigore, due anni prima, della famigerata legge Bossi-Fini, che aveva dimezzato la platea dei potenziali clienti. Da imprenditrice al passo coi tempi, era ormai sul punto di convertire la sua sconfortante pantofoleria in un più redditizio ostello per clandestini, quando le forze della natura le offrirono l’opportunità che aspettava da tempo: il consueto temporale di fine estate spazzò via quello che restava dei suoi sogni di gloria, allagò il negozio e trasformò tutte le ciabatte in fetidi grovigli di lana sintetica.
Un’avviata carriera distrutta, un destino infame alle porte, se non fosse per quella norma che prevede un finanziamento pubblico in favore degli imprenditori la cui avviatissima attività sia stata compromessa da una calamità naturale. E che si trattasse dell’alluvione o della Bossi-Fini, qui la calamità c’era eccome. Tanto che la richiesta era stata già compilata il giorno prima (grazie, previsioni del tempo!) e inviata, due ore dopo, al ministero delle Attività produttive. Nei cui sotterranei è con ogni probabilità tuttora custodita, a meno che nel frattempo non sia stata utilizzata dai solerti impiegati per appuntarsi le ordinazioni da inoltrare al bar "La circolare". La solita vecchia storia: l’ottusa burocrazia statale che taglia le gambe alle forze fresche della sempre intraprendente imprenditoria italiana. Ma il rimedio, pensava la Nostra, era a portata di mano.
Prese un coltello con la lama ricurva e si chiuse in cantina.

Ed è a questo punto che entra in gioco l’Eroe, cioè sempre e soltanto io, al primo giorno di stage, inviato a raccogliere le ultime volontà di quella che, ma l’avrei scoperto soltanto dopo, è nient’altro che un catorcio in formato di donna. Arrivo in un baleno sulla scena del crimine, serio, professionale e anche vagamente emozionato (si ucciderà davanti a me? Dove infliggerà la fatale ferita? Sarò intervistato da David Sassoli?), ma quando i parenti della calzolaia matta mi portano davanti a una bionda sfatta che ha assunto una posa in stile "I figli so’ piezz’e core" (Alfonso Brescia, 1981), capisco che ancora una volta ci sarà spazio soltanto per la sceneggiata.
"Avanti, avvicinati, non è pericolosa", mi dicono, come se ci credessero per davvero.
"È solo rimmel che cola", rispondo criptico, in un empito di giovanile ardore di cui amo far mostra soltanto quando la situazione non lo richiede.
La derelitta brandisce una lama zozza che conserva il ricordo di un’ultima pesca (matura) tagliata nel giugno del 1995. Poi più niente per nove anni e, signore, non è arrivato neanche l’arrotino. In testa una stoppa di capelli biondo tinto, ma un paio di mesi prima. Forme cadenti, abiti dozzinali. Lacrime nere. Retrobottega in penombra.
Io taccio, lei tace, penna contro coltello in un tesissimo mezzogiorno di fuoco. Penso alla domanda che aprirà le porte del mistero, cambiando per sempre il corso degli eventi.
"Eeeee… salve… miiii, cioè… cheeee… perché?", chiedo, mentre Walter Cronkite si rivolta nella tomba (ah, no, era ancora vivo).
E nonostante tutto lei risponde. E racconta.
Racconta dei sacrifici del padre e della solitudine della madre, delle ricorrenti visite notturne dei ladri, che all’alba si danno il cambio con l’ufficiale giudiziario, del muro di gomma delle banche e del fatale abbraccio degli usurai, della lenta azione di disfacimento dell’acqua e di quella più veloce del fango, della protesta a piazza Municipio, incatenata all’albero tra l’indifferenza dei passanti, e…
Un infinito rosario di sciagure che avrebbe depresso pure Sbirulino fatto di coca, incorniciato da un concerto di solidarietà di Enzo Gragnaniello (dopo il quale, dice il giornale come se si fosse trattato del Live Aid, "la situazione non è cambiata di molto") e da una candidatura alle prossime Europee, naturalmente senza la minima speranza di successo, nelle liste dell’Italia dei Valori. Il cui coordinatore cittadino vaga nei dintorni del negozio con l’esclusivo intento di salvare la nota purezza di un partito che due anni più tardi, nella stessa circoscrizione, sfidando le teorie lombrosiane, candiderà un orco che diventerà berlusconiano trenta secondi dopo aver messo piede alla stazione Termini.
Mentre affogo in una tale distesa di squallore, mi trovo di fronte a un atroce dilemma: far finta di niente e limitarmi a registrare l’accaduto con freddezza e distacco, salendo così il primo gradino della scala del cinismo, oppure gettare via penna e taccuino e sposare la causa della sfortunata imprenditrice e di chi, come lei, è oppresso da un potere senza volto e troppo spesso anche senza nome, che ogni giorno divora un piccolo pezzetto di vita e non ha mai la pancia piena.
Esito, ma è solo un attimo.
Scelgo ovviamente la prima strada, saluto l’Erinni con un cenno della mano (da debita distanza), chiamo la redazione e spiego che "tanto qui non muore nessuno", imbocco la via del ritorno. Non prima di una sosta nella vicina pasticceria, quella che fa le sfogliatelle più buone della città.

The Replacements – Little mascara



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Attrazione fatale – parte prima

Questa è la storia di un ragazzo, che per comodità chiameremo con un nome mutuato da un recente successo letterario: il Freddo. E di una ragazza, che invece chiameremo con un nome rivelatore delle simpatie dell’autore per uno dei due personaggi della storia: la Matta. Il Freddo e la Matta si conoscono nel più classico dei modi: a farli incontrare è una comune amica. «Siete fatti l’uno per l’altra», esclama la comune amica, che però ha gli occhi fissi su Dustin Hoffman e Katharine Ross che, mano nella mano, escono di corsa dalla chiesa nella scena finale del Laureato.
Il Freddo, come i più arguti possono intuire, è un tipo disincantato, cinico, distaccato, che non crede più nell’amore e mai ammetterebbe di averci creduto, anche se solo in un tempo lontano. Insomma, è il classico uomo che non deve chiedere mai, soprattutto perché ha il fondato timore che, se osasse chiedere, nella migliore delle ipotesi non gli risponderebbero.
La Matta non è bella, ma è più che altro bona, una categoria dello spirito che il Freddo considera una sottospecie della bellezza meritevole di un approfondimento d’indagine.
«Ti piaccio?», chiede la Matta, che in quel momento sembra soltanto desiderosa di conferme.
«Be’, dai, in fondo ci conosciamo da tre giorni, mi sembra ancora presto per sbilanciarsi, tanto più che ci stiamo limitando a lunghe conversazioni telefoniche e tu sai quanto io abbia bisogno di una conoscenza reale, concreta, tangibile, che esca dagli spazi angusti della virtualità. Per il momento diciamo che mi interessi», replica il Freddo, in un riuscitissimo tentativo di concentrare in quindici secondi tutto quello che, stando alle più elementari regole che presiedono alla riproduzione delle specie, non avrebbe dovuto rispondere alla succitata domanda della Matta.
Sì, perché il Freddo, oltre a essere tale, cioè freddo, è particolarmente versato nell’uso dei distinguo oltre ogni limite della sopportabilità umana, pur conscio che questa sua naturale predisposizione lo condurrà presto alla rovina. Ma è proprio questa consapevolezza a spingerlo a rompere gli indugi e a compiere il grande gesto.
Il Freddo invita la Matta salire su.
Furbo, elabora un piano infallibile, dotato perfino di un’offerta che non si può rifiutare: «Vuoi venire a vedere la mia collezione di dischi rari?».
Il guaio è che non si tratta di un pretesto e pochi minuti dopo il Freddo sta davvero discettando sulle meraviglie di Split milk, il capolavoro post psichedelico dei Jellyfish. L’appassionata dissertazione dura pochi minuti, cioè fino a quando la Matta prende entrambe le mani del Freddo e, con un gesto che sa di tenerezza, candore e volontà di far rivivere nell’era moderna i sani valori di un tempo, quelli cioè che hanno guidato le mai facili scelte dei nostri padri, gliele piazza con decisione sulle tette. Sulle tette di lei, beninteso, che riempiono con una certa protervia un’abbondante terza. Sorpreso, il Freddo indugia, godendo di quei pochi secondi di libertà che il suo ingombrante Super Io gli concede prima di riappropriarsi dell’uso delle articolazioni elementari. Poi cede alla volontà superiore e stacca le mani dall’eterno oggetto del desiderio maschile, quello che in pubblico, in ossequio alle buone maniere, viene abitualmente chiamato cervello.
Ululati di disapprovazione si levano dall’immaginario loggione, ma prima di condannare l’operato del Freddo è bene conoscere alcuni particolari che non sono sfuggiti al protagonista più o meno maschile della nostra storia e che hanno contribuito a puntellare l’edificio del sospetto. A partire da questo: pochi minuti prima del momento clou, la Matta aveva fissato con attenzione una cartolina palesemente turistica e altrettanto palesemente raffigurante quattro donne dell’Ottocento, per di più dai tratti evidentemente anglosassoni. Subito dopo aveva chiesto con la massima serietà: «Chi di queste è tua madre?». E non lo aveva chiesto a Michael Collins, ma al Freddo, nato in Italia, al Sud, nella seconda parte del secolo ventesimo. (fine prima parte)

Sleater-Kinney – You’re no rock’n’roll fun

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Colossal youth

Il parcheggiatore abusivo precisa che "dotto’, stiamo qua fino a mezzanotte", avvicinandosi all’auto ancor prima che io metta la testa fuori, per esigere quanto immagina gli sia dovuto in virtù di una consuetudine contra legem o, più semplicemente, perché la Iervolino, Bassolino e Prodi non hanno trovato un lavoro adatto alle sue indubbie competenze. Il parcheggio è quello dello stadio, che dopo le 20 di ogni giorno feriale è gratuito e vuoto per tre quarti. Ma l’attenta vigilanza di una squadra di professionisti della sicurezza costa cara e Dio sa quanto sia necessaria per la mia 500 bianca del ’94, targata CZ nel senso di Catanzaro e con la fiancata destra ammaccata da un infido guardrail che ha approfittato della mia scarsa dimestichezza con la guida alle tre del mattino.
Vorrei rispondergli che non mi sottoporrò per l’ennesima volta a questa infame estorsione, magari tentando di abbozzare un’analisi socio-giuridica della categoria parcheggiatore abusivo, ma il mio disprezzo assoluto per il suo ruolo si scontra con l’intimo desiderio di tornare a casa a bordo di un veicolo dotato di quattro gomme gonfie. Inoltre ho fame e non ho certo intenzione di piantare una grana per due euro. Sì, vabbe’, e poi non so usare il cric.
La festa della pizza è un’annuale baracconata attraverso cui Napoli prova a riappropriarsi del ruolo folkloristico, ma tutto sommato innocuo, che le è stato assegnato da decine di film americani degli anni ’50 e che oggi appare sempre più in crisi, soprattutto in seguito all’abbattimento del celebre pino delle cartoline. Oltre all’oggetto della festa, ci sono anche il caffè, il limoncello, le femmine bone, la memoria di Aurelio Fierro (curre ‘mbraccio addu mammá, nun fa’ ‘o scemo picceri’), sprazzi di tarantella e angoli di bandiere azzurre.
E pure Marisa Laurito.
Praticamente tutto quello di cui ho bisogno per trascorrere una serata all’insegna del divertimento più sfrenato, animata per giunta da un irresistibile duo comico, i Chiattoni animati, che propongono a un pubblico sporco di pomodoro le canzoni dei cartoni piegate alla logica della celebrazione dei giocatori del Napoli. "Dolce Remì piccolo come sei" diventa "Vai Calaiò segnaci un altro gol" e i due fieri obesi si premurano di farci sapere che questo profluvio di creatività è opera della loro squadra di autori, che immagino nei camerini, intenti a giocarsi la figurina di Lavezzi lanciandola contro il muro.
Io e un mio amico che ho appena deciso di ridurre a comparsa di questo one man blog siamo gli unici superstiti di una nutrita spedizione che quattro anni fa aveva partecipato festante all’edizione 2003 dello stesso evento, nello stesso posto. Gli altri sono andati via da Napoli oppure hanno impegni improrogabili. Alcuni sono addirittura cresciuti.
Ci aggiriamo tra le 40 pizzerie disponibili con l’obiettivo di scegliere quella giusta per noi seguendo due infallibili criteri: evitare lo stand dell’associazione italiana celiachia e farci adescare dalla cameriera più bella. Siamo due scanzonati vitelloni e individuiamo al volo la ragazza che fa al caso nostro. Facciamo un giro per non dare nell’occhio e, tornati allo stesso punto di prima, ci imbattiamo in Ciccio, un giovane strabico il cui nome non è frutto del caso, che ci scaraventa sulle prime sedie vuote disponibili e appunta sul suo taccuino la margherita che ho scelto io, mentre guarda il mio amico che ha scelto la marinara. Cala il gelo, interrotto soltanto dalla versione di Lupin dedicata a Bogliacino e dalla premiazione del pizzaiolo dell’anno, di fronte al quale anche i Chiattoni animati sono costretti a fare un passo indietro.
La serata prosegue senza ulteriori emozioni, che faticheremmo a sopportare, se si escludono i tentativi degli sponsor di dare un senso alla propria presenza alla festa della pizza, tentando di appiopparci una scheda tim o una schedina del lotto. L’unica cosa da fare è tornare al parcheggio prima di mezzanotte, per verificare che i tutori della proprietà privata altrui sono già tornati a casa a tutelare la propria.
Andrea vuole fumare e mi chiede l’accendino dell’auto. Gli ricordo che un meccanico me l’ha rubato nel 2002.

Così tenera che si taglia con un grissino: 
Young Marble Giants – Salad Days


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Dallo spazio profondo


Corse in spiaggia al chiaro di luna, falò, chitarra e le bionde trecce, il bagno a mezzanotte e a mezzogiorno, civette e cicale. La doccia per lavare via il sale, la crema per resistere al sole. Scottature all’inizio, spellature alla fine, estremi epidermici di una stagione che vive in superficie per definizione. Il libro sul comodino da non leggere prima di addormentarsi, il vento leggero che s’insinua tra le persiane aperte a metà.  Il compleanno e la festa danzante. Gli amori lievi e la silenziosa consapevolezza che non dureranno per sempre e nemmeno per molto.

Ci sono momenti che la vita, e specialmente quel tempo che si chiama estate in cui la vita è vissuta con la lente d’ingrandimento, riserva al solo ricordo. Tentare di metterli sotto forma di soggetto, predicato e complemento equivale a profanarli. È per tutto il resto che i miei 25 lettori, e a questo punto sono costretto ad ammettere di essere soggetto a saltuarie crisi di megalomania, continuano a visitare un blog che non è aggiornato dalla presa della Bastiglia. Ma ormai è autunno e i temi vanno adeguati al clima piovoso, alle foglie cadenti e all’attitudine crepuscolare.

Qualcuno potrebbe ottenere informazioni decisive al fine di tracciare il mio profilo psichiatrico dalla cognizione che il luogo in cui sono andato più vicino alla morte sia EuroDisney. Nel luglio del 1995, un anno prima della maturità anagrafica e n anni prima di quella relazionale, parto per Parigi e mi preparo a scoprire le meraviglie del viaggio all’estero con amici in preda a fisiologiche turbe ormonali. Siamo a caccia di nuove sensazioni e pronti ad abbandonarci alle mollezze della vita bohèmienne, ma quando scopriamo che l’unico locale degli Champs-Élysées disposto ad accogliere nove adolescenti italiani in maglietta e scarpe da ginnastica è una gelateria che non sfigurerebbe in una via periferica di Crotone, decidiamo di ridurci a più miti consigli, piegandoci alla logica di Pippo e Topolino formato extralarge. E sono proprio i due allegri pupazzoni a indicarmi subdolamente la strada per raggiungere un’attrazione dal nome allo stesso tempo letterario e cinematografico.
Ma "Dalla Terra alla Luna" ha poco a che vedere con gli intraprendenti uomini in cilindro e bastone che osservano stupefatti e ignari le meraviglie della Luna antropomorfa di Méliès, peraltro privi della dotazione di ossigeno utile a evitare la morte per soffocamento.
"Dalla Terra alla Luna" è piuttosto un enorme cannone che spara a una velocità inqualificabile un’aspirante navicella spaziale all’interno di un buco nero dallo scarso appeal erotico, dotandola della forza cinetica necessaria e più che sufficiente a garantirle un percorso accidentato e titubante tra la destra e la sinistra, il sotto e il sopra.

Una piacevole alternativa alla morte per impiccagione
E nel mio caso anche tra la vita e la morte, ma è all’idea dell’imminente avvento di quest’ultima che mi arrendo quando noto con stupore che la testa non risponde alle sollecitazioni del collo e gli occhiali, accessorio indispensabile alla visione consapevole delle bellezze della Ville Lumière, vanno al tappeto e, sbattendo da una parte all’altra della navicella, segnano il ritmo del mio trapasso.
Sopravvivo, un esito che pochi minuti prima avrei dato 10 a 1. Recupero anche gli occhiali e vengo portato a spalla verso l’attrazione successiva: l’appassionante riproduzione del viaggio di un tronco dalle montagne a valle lungo il corso di un fiume.
Penso alla sera prima, alla vita bohèmienne e ai buttafuori di quel locale sugli Champs-Élysées che mi hanno impedito l’ingresso per un’enorme macchia di gelato al cioccolato sulla maglietta.

Fingo che sia ancora estate e ascolto: 
The Pipettes – Dirty Mind

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La presente vale anche per ringraziamento

Ci sono alcune fasi nella vita di un uomo, ma forse anche in quella di una donna, in cui qualcosa s’incrina, vacillano le già poche certezze, si rompono gli argini, si cammina su una corda come un cattivo equilibrista, il futuro è una lavagna pulita e tu non hai il gessetto. In quei momenti, che rendono prodighi nell’uso di bolse metafore, è difficile esternare le proprie sensazioni, rendere partecipi amici e conoscenti del proprio travaglio interiore. Ogni difficoltà sembra un muro invalicabile e la soluzione più scontata è chiudersi in se stessi e misurare la profondità del proprio baratro. 
Gli psicologi la chiamano depressione, i poeti spleen, i giovani noia, gli ottimisti malinconia, ma, al di là di ogni inopportuna questione linguistica, è certo che quando ci si trova in una tale condizione non è facile alzare la cornetta del telefono e chiedere aiuto, figuriamoci scrivere di sé in uno spazio potenzialmente accessibile a milioni di ignoti visitatori in cerca di foto di Marisa Allasio nuda, della traduzione inglese di sclerometro e degli effetti dopanti della tachipirina.
Secondo il solito studio privo di valore scientifico, condotto da me stesso aprendo link a caso dall’home page di splinder, questo stato di alterazione psichica è la principale causa di nascita, prima, e di morte, poi, dei blog italiani, perché quelli stranieri sono di ardua lettura.
Io, più semplicemente, non avevo voglia di scrivere.
Neanche a dire che l’ultimo mese sia stato privo di eventi.
Sono stato a Roma, Torino, Milano e ho conosciuto uomini e donne che spero non si dimentichino di me in un lasso di tempo inferiore a quello trascorso per conoscermi.
Sono tornato a Napoli e ho riavvicinato una persona alla quale mi sento legato visceralmente e che pensavo di aver perso per sempre. Tra qualche giorno saremo in grado di festeggiare il record di un mese senza litigare. Per dire quanto siamo legati.
Ho perso le elezioni pur avendo votato per la parte giusta.
Ho cercato il lavoro, ma si è nascosto bene.
Ho viaggiato in autostrada alle 4 del mattino con in corpo un litro di vino rosso misto ad altre sostanze di incerta natura, ma di comprovata illegalità, rischiando che mi decurtassero finanche i punti della tessera Fnac.
Non sono andato a Crotone, né dal ferramenta: forse per questo mi sono trovato a corto di argomenti.
La mia esplosiva creatività letteraria, di cui sono venuto a conoscenza negli ultimi otto mesi, si è espressa compiutamente in un racconto al limite tra l’erotismo e la pornografia, solo perché non ho ancora capito la differenza tra queste due branche della cultura umana.
Poi ho visto Rusty il selvaggio e Mickey Rourke alla mia età

Bello, maledetto e a pochi minuti dalla morte

e ho capito che devo fare in fretta, più in fretta, perché tra vent’anni sarò gonfio come un canotto, avrò il naso rotto e il viso orrendamente butterato.

Ascolto senza motivo una canzone per gli innamorati 
The Field Mice – Couldn’t Feel Safer

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Questo folle sentimento che

"Ciao amore, andiamo?".
Bastano tre parole a sciogliermi. 
Parole che non sentivo da tempo.
Ho osservato uomini fisicamente desiderabili come Giacomo Leopardi e intellettualmente stimolanti come un qualsiasi fidanzato a cottimo di Paris Hilton suscitare passioni, lacrime e implorazioni in donne che avrebbero potuto toccare il cielo con un dito semplicemente affacciandosi alla finestra e aspettando. Mi sono interrogato sui motivi di un tale scempio, appena prima di ricordarmi che Calderoli è stato ministro della Repubblica.
Ma anche lui ha dovuto dimettersi.
"Ciao amore, andiamo?".
Non posso dire di amarla, non ancora. La conosco da poco e ho paura di fare un passo in avanti, perché è così che mi succede, niente colpi di fulmine, e l’ultimo passo è stato troppo spesso nel vuoto.
E vorrei evitare, evitarle, mediocri calcoli di convenienza, quella contabilità delle emozioni che in questi giorni mi suggerisce di concentrarmi su altro, su un esame dall’esito quasi scontato, su una carriera che ho poche speranze di costruire, molte delle quali si giocano adesso.
"Ciao amore, andiamo?".
E fingo di ignorare che non aspettavo altro, solo una persona che mi guardasse negli occhi e cercasse me, proprio me, senza tattiche o strategie, senza quel gioco delle parti che è sempre incluso nel prezzo, un’appendice detestabile. Perché l’amore non ha bisogno di maschere o trucchi da illusionista.
Mi ripeto che 900 chilometri da casa sono tanti e che non rimarrò qui a lungo. Soprattutto che, se m’innamorassi, rimarrei, perché non sarebbe più la testa a comandare. Ci penso, e sono io a non guardarla negli occhi.
"Ciao amore, andiamo?".
Cammino sotto i portici di via Nizza. Lei è bassa, ha un’età indefinibile e indossa un orrido piumino simil-tuta argentata Armani (o Moschino) degli atleti italiani alle Olimpiadi invernali. Guardare mi guarda, cercare mi cerca, ma dice "amore" a chiunque le passi a tiro.
È tardi e non le chiedo dove, né quanto.

Mentre scrivevo questo post, ascoltavo con viva soddisfazione: 
The Delgados – Witness

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